giovedì 15 gennaio 2009

la chimica per tutti


è tempo di regimi alimentari controllati. sta per abbattersi su leghornhouse l'aerea e onirica venuta della seconda coppia generatrice. il tempo stringe, i calzoni anche, non c'è più spazio.
un'ottima scusa per tornare ad abitudini che per qualche motivo s'erano perse nella nebbia tardopadana: frutta frullata. era ora.
da qualche giorno ci ripetiamo che bisogna andare a fare la spesa: il frigo piange. ieri sarebbe potuto essere un bel giorno, ma siamo stati in altre faccende affacendati. non si sa se nick manolesta o che, è sparito il portafogli della mia etcetc dalla sua borsa, e con lui due carte di credito, la carta d'identità, la patente di guida, i tesserini del ministero, la tessera della coop, quella dell'ikea family, cento fruscianti eurozzi e un numero imprecisato di altri foglini pieni di appunti. seguirà regolare denunzia ai carabinieri e varie acrobazie per riuscire ad avere qualche decina d'euro in tasca anziché confinate in una online bank.
questo è il motivo per cui di frutta in frigo non è che ce ne fosse proprio tantissima.
ho recuperato una mela (un'altra l'ho cotta con la cannella e un po' d'arancia alla mia etcetc), un kiwi, una pera, un'arancia e mezza, e ci ho aggiunto, convinto di creare una mistura non edibile, del succo d'ananas e un pizzico di cannella.
dopo aver frullato ben bene, ho assaggiato. hum. l'ho fatto assaggiare anche alla mia etcetc. stesso, identico verdetto. sa di banana.

mercoledì 7 gennaio 2009

martedì 6 gennaio 2009

mai più

























eravamo là, in fila alle casse da circa mezz'ora quando r si volta verso di me e mi dice "prendi il cellulare e fammi una foto". con fare interrogativo mi appresto e mentre scatto prosegue "guarda bene, questa è l'ultima volta che mi vedi all'ikea" .
nonostante di solito io cerchi di frenare il suo fare iperbolico, devo ammettere che ieri aveva proprio ragione. cose che voi umani. eravamo da mezz'ora alle casse e ci saremmo rimasti per altra mezz'ora buona. il parcheggio era strapieno. al ristorante non ci si poteva avvicinare. nelle immagini la "zona casse". in definitiva la cosa più inquietante che abbiamo visto è il "cimitero delle borse gialle" dove giacevano decine e decine di borse di ex clienti che dopo avere scelto con attenzione svariate confezioni di kallt o di jubilar arrivati alla cassa hanno mollato tutto là e sono scappati via dall'unica strada ragionevole: l'uscita senza acquisti.
p.s. per il posizionamento creativo delle foto e di parte del testo si ringrazia blogspot guarda tu se nel 2009 può ancora circolare un editor tanto deficiente (user friendly. tze.)

sabato 3 gennaio 2009

fanagazza


da qualche tempo hanno inaugurato la nuova libreria edison nel teatro lazzeri restaurato.
il fuori è stupendo. il dentro è come in foto, fatta dal bar caffè che sta al piano di sopra; sotto il piano che vedete in basso, c'è ancora un altro piano più in basso.
bellissima.
all'inaugurazione tutti a dire che sì, carina, però ci sono pochissimi libri. sarà che è passato un po' di tempo e hanno riempito gli scaffali, ma a me non pare. comunque è stato un piacere guardarsi tutti i libri di grafica e di architettura insieme alla mia etcetc per ore.
il fuori com'era prima dei lavori e com'era durante i lavori.

mercoledì 31 dicembre 2008

martedì 30 dicembre 2008

non siamo mica ai caraibi

Qui c’è qualcosa che non torna.
Prima quasi due mesi di pioggia. Due mesi. Sessanta giorni in cui ha piovuto tutti i giorni, con qualche pausa di qualche ora o al massimo di un giorno. Sessanta giorni nei quali non abbiamo potuto fare una lavatrice tranquilla, in cui è stato tutto uno spostare panni da fuori a dentro, con cadaveri che ancora adesso stazionano sui termosifoni. Ora sono tre quattro giorni che è arrivato un freddo bestiale, di quelli che arriviamo a casa la sera piegati a metà, e poi per scaldarsi brodi e the e grappe.
Mi sono anche interrogata su questa cosa qua, del freddo, mi sono chiesta se non sia la solita percezione della solita siciliana che comunque per lei caldo è dai 40 in su e sotto i 10 comincia a rognare. Io odio il freddo, con tutto quel vestirsi e spogliarsi e rivestirsi e rispogliarsi. Che ppalle.
Poi c’è la storia del sapersi vestire. Non mi ricordo chi mi disse una volta che i meridionali si distinguono per questo: dopo vent’anni al nord ancora non si sanno vestire. Io appartengo alla categoria, senza ombra di dubbio. Sono sempre vestita troppo leggera. E’ una specie di incapacità di arrendersi all’evidenza, una ribellione allo status quo.
Ieri per esempio siamo usciti per pranzo. Dopo circa un’ora di indecisioni su cosa mi metto con cosa, sono uscita con la gonna e le calze, e sopra un maglione a maniche corte. Si proprio così, a maniche corte. Con poi sopra un cappottino leggero, con maniche aperte, pronte ad incanalare spifferi peggio della galleria del vento. Chiaramente dopo un minuto esatto di permanenza all’esterno ero completamente congelata.
Il primo inverno a Parma a gennaio mi presi una bella bronchite, con dieci giorni di febbre a 39 e ½. Mi ricordo che un vecchio geometra del mio ufficio, quando poi tornai al lavoro, mi spiegò che di notte, per evitare di stare male per il freddo, mi dovevo mettere una sciarpa attorno alle reni, che se sono calde le reni poi il corpo piano piano si riscalda. Era vero.
E adesso siamo qui a Livorno, ad esplorare tutti i segreti del libeccio e del grecale. Ora, a qualunque livornese io abbia chiesto, subito ha risposto che non è sempre così, che questo è un freddo eccezionale. Speriamo, anche se diffido dei pareri delle genti innamorate della propria città. Sono sempre parziali. No, perché io nel cambio di stagione ho anche buttato un vecchio piumino, di quelli neri un po’ lunghi che si usavano un po’ di tempo fa, dicendomi: tanto dove vado adesso non mi servirà più! Che devo fare?